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È un percorso non lineare quello che mi ha condotto ad esplorare ambiti diversi della scrittura e della creatività. Per chi ama scoprire anche ciò che non sta cercando, per chi ama spigolare seguendo il proprio istinto, qui c'è del materiale: riflessioni e contributi di arte, fotografia, video, poesie, comunicazione, geografia, personaggi…

[1/10/1999]

Appunti serbi


In viaggio con Alex



Tanto tu non potrai mai capire.
Questa frase l'ho sentita ripetere diverse volte nel mio viaggio in Serbia. Come una sfida, presuntuosa e fatalista, che riassume lo spirito dei suoi abitanti e il loro attuale stato d'animo.
Tanto, come la disillusione e la mancanza di speranza.
Tu – rivolto a me non importa chi io fossi – comprende forse il mondo intero che li isola, li accusa, li abbandona.
Non potrai mai capire: mi è sembrato che in loro orgoglio e arroganza convivano con uno strisciante complesso di inferiorità. Questo contradditorio connubio potrebbe derivare dal fatto che i serbi per una ragione o per l'altra da secoli non conoscono la pace.

Non avevo la pretesa di capire tutto. Ciò di cui sentivo bisogno era vedere con i miei occhi, senza il filtro dei media, un paese al centro dell'attenzione mondiale perché governato da un dittatore nazionalista aggressore dei più deboli e poi perché aggredito e bombardato dalla nazione più potente del mondo, gli Stati Uniti, la maggior parte dei cui abitanti probabilmente non saprebbero neppure identificare la Serbia sul mappamondo.
È stato con questo spirito che ho accettato la proposta di Alex Urosevic, giovane fotografo serbo cresciuto in Svizzera, di seguirlo in questo viaggio alla scoperta del suo popolo.
Incontrando suoi familiari, amici e anche esponenti di gruppi politici e di associazioni studentesche, mi sono fatta un'idea di una società che più che nell'inferno sta vivendo nel purgatorio, sospesa nell'incertezza, nel malessere, nelle macerie, nella rabbia e nell'attesa.


A Belgrado, nella casa di Bozana

Arrivati a Belgrado l'autista del pullman, come se si sentisse investito del ruolo di Cicerone post-bellico, inizia subito a indicare ai passeggeri alcuni palazzi colpiti dai bombardamenti. La prima impressione è di una città di frontiera, un luogo imprecisato a cavallo fra il terzo mondo e la fantascienza.
Il percorso finisce esattamente davanti alla casa di Bozana, in pieno centro città, a pochi passi dal Parlamento. Sono le sei di pomeriggio. La zia di Alex, una delle figure più prorompenti incontrate in tutto il viaggio, ci accoglie con risate e abbracci, avvolta da una tunica di spugna rossa. Un po' imbarazzata per essere stata colta svestita, sul punto di farsi un bagno e prepararsi al nostro arrivo, si riprende subito e, ancora con le valigie vicino alla porta, ci conduce a visitare la casa. È all'ultimo piano di un palazzo antico. Luminosa e piena di mobili di famiglia nei quali sono stipati libri, fotografie, dischi in vinile, portaceneri di ogni tipo, la casa ha un soggiorno, una cucina, un bagno, un altro buchetto con il water e una caraffa d'acqua da usare quando non funziona lo sciacquone, e due grandi stanze da letto che si affacciano sul Parlamento. Senza sosta lei ci indica i lavori appena fatti nell'appartamento, il parquet risistemato, i muri imbiancati e i nuovi velluti dei divani. Poi come benvenuto mi porge con un grande sorriso una scatola di cioccolatini a forma di cuore.

Birra e salatini. Ci sediamo tutti e tre intorno al tavolino del soggiorno, che rimmarrà per tutto il tempo il centro di gravità della casa, come una scenografia teatrale che, mentre gli attori entrano, escono, declamano e discutono, non cambia per tutta la durata dello spettacolo.
Bozana inizia subito a parlare dei bombardamenti. Nei primi tempi si rifiutava di scendere nei rifugi, ma in seguito seguì i consigli dei vicini con i quali si ritrovò presto a condividere la cantina e la paura. Ogni mattina tornava a casa, si faceva un bagno, beveva una birra, fumava le sue sigarette, andava al mercato, tornava e si dava alla preparazione di torte da distribuire agli amici. Si trattava di poche regole precise da seguire con disciplina per costruire una vita quotidiana che avesse un inizio, un senso, una conclusione. Una torta fatta in casa può aiutare e può aiutare anche una birra. A proposito di birra, che in casa non manca mai, Bozana una sera ci accolse con indosso una maglietta con l'immagine di un boccale di birra un po' in rilievo e una frase in inglese. Fiera ed euforica, sottolineò l'immagine e mostrò la frase che recitava: Io non credo in niente... tuttavia credo che mi farò un'altra birra.

I racconti proseguono con un aneddoto sui muratori. Durante i lavori di ristrutturazione dell'appartamento, Bozana chiese a uno dei muratori se era proprio sicuro di voler continuare a lavorare mentre le bombe stavano cadendo sulla città. Lui rispose: “Non si preoccupi signora, tanto con il rumore delle pialle le detonazioni non le sentiamo neppure”.
Sistemiamo le valigie nella stanza dalle grandi finestre e dai molti tappeti e poi usciamo tutti e tre a fare un giro nel quartiere. Dalla Srpskih Vladara arriviamo alla Knez Mihailova, la strada pedonale che porta fino a Kalemegdan, il grande parco di Belgrado affacciato sul Danubio e sulla Sava. Camminando passiamo davanti al Centro culturale americano, poi a quelli francese e inglese. Sono spazi fantasma, svuotati, anneriti dagli incendi e pieni di scritte furibonde.
In Piazza della Repubblica ci sediamo ai tavolini di un bar deserto, da cui si vede il Museo d'arte serba e il Teatro nazionale. Bozana attacca a parlare di storia antica del suo paese. Uno dei giorni successivi, provando ad entrare nel museo lo trovai chiuso e scoprii che, almeno per il momento, non si parlava di riaprirne i battenti.

Bozana presta attenzione al suo aspetto fisico, i capelli sono sempre ordinati e i vestiti colorati hanno uno stile un po' orientale. Ai tempi di Tito lavorava per il governo. Oggi fa traduzioni, continua ad avere parecchi contatti e ne sa sempre una più del diavolo.
È una forza della natura. Sa essere gentile e accogliente, ma è pericolosa quando scoppia in un'ira incontrollata. Estrema e passionale, ha anche un deciso senso pratico, tutto femminile e molto slavo. Ama le regole, la correttezza, la cultura, l'etica, ma almeno una volta al giorno si perde e si attorciglia in violente invettive contro immaginari poteri occulti, infami ragnatele tramate da americani ed ebrei, di cui si sente vittima insieme al suo popolo, che pure considera costituito da cretini e zoticoni.
Ospitale ed invadente, materna e un po' vampira, Bozana è comunque stata un pilastro nel nostro soggiorno in città. Senza di lei e la sua follia, senza le sue risate e le fotografie di famiglia, i suoi libri, le cotolette e le torte salate, forse non avrei potuto assorbire Belgrado e le sue anime sospese.


La gita a Zemun

Da Belgrado si arriva a Zemun in una ventina di minuti di pullman su una strada lungo il Danubio. Si parte da Zeleni Venac, un quartiere della città dove c'è un mercato coperto e un grande movimento di persone che cambiano denaro, rubano borse, vendono oggetti inutili. Cambiare soldi è un'attività molto diffusa per le strade della città. Le banche, che non esistono quasi più, sono diventate edifici senz'anima, cioè senza il loro motivo di esistere, il denaro.
Chiunque abbia bisogno di dinari si rivolge al suo cambiavalute di fiducia che per la strada o in qualche cupo retrobottega cambia i pezzi di carta che serviranno per comprare frutta, verdura, carne, acqua o detersivi annacquati che lasciano le padelle unte. In realtà il dinaro serve soltanto per le piccole spese, è una moneta di facciata che ha lo scopo di far credere che esista ancora una valuta nazionale, mentre la vera valuta che gira dapperttutto è il marco tedesco. Il cambio ufficiale è di 6,5 dinari per un marco, ma sul mercato nero arriva a 12 dinari. Sul quotidiano Blitz viene riportato il cambio nero, il che significa che il regime non solo lo tollera ma addirittura lo legittima.

Siamo a bordo del pullman che ci porta a Zemun. Il controllore è una ex professoressa che ha avuto la fortuna di trovare una nuova strada nella sua vita. A Belgrado molti hanno perso il lavoro, soprattutto fra le professioni intellettuali. Per le strade si vedono continuamente uomini che su bancarelle improvvisate sui cofani delle auto vendono oggetti utili e inutili provenienti dalle loro case.
Lungo la strada passiamo di fronte all'Hotel Jugoslavia, bombardato di recente bombardato perché sede di riunioni dei potenti del paese. Ora è la carcassa di un dinosauro, giace immobile, tetro e sventrato.

Zemun è un piccolo comune alle porte di Belgrado che costeggia il Danubio inerpicandosi sulle colline. Famoso per essere abitato da parecchi zingari che vivono nelle case o nei barconi ormeggiati sul fiume, è il piccolo regno di Seselj, una sorta di Milosevic in miniatura che possiede tutto e muove le fila con i suoi soldi e il suo potere incontrastato.

Andiamo a trovare Sale, un musicista nato e cresciuto a Zemun ma vissuto a lungo in Canada. Scesi dal pullman, percorriamo la via principale e poi saliamo su per viottoli sterrati, qua e là ci sono vecchie automobili malconce. Arriviamo alla casa, una costruzione su un unico piano con una corte su cui si affacciano i vari appartamenti, simile ai motel americani in mezzo al nulla. Davanti alla sua porta c'è una grande gabbia con piccoli pappagalli colorati che Sale ha portato dal Sud America. Durante i bombardamenti lui se ne stava seduto di fronte a loro e ne osservava in silenzio i movimenti impauriti e agitati che seguivano ad ogni detonazione.

L'appartamento è piccolissimo. Una stanza insonorizzata con un grande impianto di registrazione professionale, piena zeppa di oggetti di vario genere, ospita il letto su un piccolo soppalco, un divano, qualche sedia, un tavolino. Più in là c'è una cucina minuscola e il bagno micoscopico. In casa Sale compone e incide sia per se stesso che per altri musicisti. Ci fa ascoltare l'ultimo cd che ha inciso con Murphy, un cantante blues di Belgrado dalla voce roca alla Tom Waits. Murphy lo vidi cantare proprio quella stessa notte. Dopo il concerto si venne a sedere al nostro tavolino, dandomi modo di conoscere un guerriero dai modi gentili e dall'impressionante somiglianza con Sean Connery.

Si potrebbe dire che Sale è un pacifista un po' aggressivo, cittadino del mondo e romanticamente campanilista. All'inizio mi provoca e fa battute che secondo lui io non posso capire per il semplice fatto che non sono serba. Poi si rilassa perché io sto al gioco e alla fine della giornata sembra volermi bene in un modo tutto balcanico, platealmente affettuoso.

Usciamo di casa e andiamo a fare un giro nella Zemun vecchia, su fino alla torre simbolo della città, da dove si vede tutta la cittadina, Belgrado e il Danubio. Lungo il cammino passiamo davanti a un gruppetto di case in legno imprevedibili dai colori sbiaditi. Sembrano rifugi di vecchie streghe che di giorno rimangono rintanate per non farsi vedere dagli stranieri come me. Giunti alla torre anche Sale si dedica ad esporci brani di storia antica del suo paese e poi, con tono teatrale rivela: “Ho vissuto in giro per il mondo e credo che continuerò a spostarmi ancora. Ma alla fine è qui che vorrò essere sepolto, dove riposa anche mio padre”.

Ridiscendiamo verso il fiume e ci sediamo a mangiare pesci fritti su un barcone con tavoli di legno. C'è anche Milica, la ragazza di Sale che dice di avere con lui un rapporto platonico e che lui è il suo guru. Ventidue anni, fa la massaggiatrice e considera Zemun il luogo più bello del mondo.
Intorno a noi tutto è immobile, persino il fiume. Aleggia un senso di attesa che potrebbe durare per secoli. Si percepisce qualcosa di selvaggio e respingente, e nello stesso tempo una calma ovattata – come se tutti, tutto, anche la natura, si trovassero sotto l'effetto di una droga – rende più accettabile la realtà. Al di sotto della bonaccia, però, scorre l'eccitamento, una sottile elettrizzazione che ti spinge a pensare a grandi gesti, per quanto continuamente rimandati. Rimaniamo seduti per un paio di ore, si beve, si mangia, si parla, si beve ancora, si fuma. In Serbia si beve sempre. Troppo.

Riprendiamo il cammino. Nel centro del paese entriamo in un risporante di lusso. Da una bacheca prendo una copia gratuita di Velika Srbija, un giornale nazionalista che ha in copertina una ventina di bandiere degli stati aggressori coperte da svastiche. All'interno articoli in cirillico (il serbo si può scrivere sia in caratteri latini che cirillici), foto in bianco e nero di palazzi distrutti e facce di politici serbi con espressioni volgari sono impaginati con una grafica elementare su carta di terza categoria.
La rivista stimola Milica a parlare dei bombardamenti: “Tutte le sere venivamo qui fuori e guardavamo le bombe che cadevano su Belgrado. Ci avevamo fatto l'abitudine come se non ci riguardasse, era come un videogame, uno spettacolo di fuochi d'artificio. È stata una guerra virtuale, che non ci ha coinvolto davvero, sembrava finta, irreale.”

Ritorniamo lungo il Danubio. I barconi sul fiume sono uno spettacolo. Comincio a capire perché Milica ritenga che Zemun sia il luogo più bello del mondo, è come se non ci fosse niente eppure c'è tutto. Tutte le emozioni, tutti i colori, tutte le musiche. Passiamo davanti a un enorme barcone-ristorante cinese assurdo, brillante, sontuoso, fuori dal tempo e dallo spazio. Incantevole combinazione tra fasto cinese in trasferta e lusso balcanico, sembra essere ammarato direttamente da un'avventura di Peter Pan.
Proseguiamo e si unisce a noi un altro amico di Sale, Stanley il produttore musicale, un tipo improbabile che fa l'americano. Mi chiama baby, si spertica in galanterie e racconta fatti noiosissimi senza capo né coda. Ha una trentina d'anni, è alto, massiccio, scuro di capelli e indossa stivaloni da cowboy.
I barconi sono uno dietro l'altro, quasi tutti ospitano locali notturni o ristoranti, dai più semplici e genuini a quelli più modaioli e costosi. Uno più genuino attira la mia attenzione, sembra emanare un fluido fatto di fumo, alcol, musica e sogno. Attraverso le finestre si vedono sagome di zingari che suonano e la musica zigana arriva fino a noi, anche se intrappolata e attutita dalle pareti del barcone. Sarebbe bello entrare ma Sale, prudente e deciso, ci blocca avvertendoci del pericolo di finire accoltellati. E poi, conclude, non fanno buona musica.

Ci sediamo in un locale arredato in stile coloniale. Forse a causa delle birre e dei cocktail, forse per la brillantezza della notte, ormai con Sale siamo in confidenza, tanto che, dopo che lo zittisco dicendogli che lui non può capire una mia battuta, si alza e mi schiocca un affettuoso e balcanico bacio sulla guancia. “Voglio essere tuo amico” concede con un grande sorriso commosso. Vediamo passare una grande barca dove si sta facendo bisboccia. Naturalmente a suonare sono gli zingari. “Quelli sì, sembrano bravi, dev'essere la festa di qualche pezzo grosso…”

Di nuovo in cammino, incrociamo due ragazzotti con la pistola infilata nella cintura e nessuno di noi ormai ci fa gran caso. Prendiamo un taxi al volo che ci porta, lontano dal Danubio, in un posto dove un gruppo dall'energia contagiosa suona musica rock in un'atmosfera fumosa e potente. L'ex cinema trasformato in locale notturno è stato recentemente bombardato perché si trova sotto una sede militare camuffata da palestra. All'uscita inciampiamo nei calcinacci.
È circa l'una di notte. Alex decide di tornare a casa mentre io accetto la proposta di Sale e Stanley di andare al concerto di Murphy che canta in un locale di Belgrado frequentato da giovani criminali abbronzati, pieni di soldi, macchine e pollastrelle.


L'incontro con Slobodan

Slobodan, sia nell'aspetto che nel modo di fare, sembra un gesuita.
Ha un viso antico, furbo, sapiente. Il suo sguardo sfuggente, il perenne sorriso storto suggeriscono verità nascoste che non potrà mai rivelare del tutto. Lo incontriamo nella sede della famosa Belgrade Open School, un'associazione non governativa finanziata da George Soros per la diffusione della ricerca nelle scienze sociali e umanistiche. Slobodan, ventisette anni, laureato in storia, è il responsabile dei programmi didattici ed è un personaggio chiave dell'organizzazione.

È sabato. Apre, apposta per Alex e me, le porte della scuola che si è appena trasferita al settimo piano di un grattacielo nel centro di Belgrado. Le stanze hanno i vetri rotti dalle detonazioni, sono zeppe di scatoloni non ancora sistemati e vuote di studenti non ancora arrivati. Slobodan spiega a lungo i concetti che sono alla base della Open School, racconta i programmi, illustra il funzionamento, la filosofia. È una scuola libera ed estremamente selettiva, gli studenti devono sostenere esami durissimi e i docenti provengono da tutto il mondo. Le materie vanno dall'economia alla filosofia, dalla religione alla finanza, dall'antropologia alla letteratura.

“Lo scopo della scuola e di mettere in grado gli studenti di diventare autonomi, fiduciosi in se stessi e cittadini rispettabili in grado di muoversi all'interno di una società democratica. Belgrade Open School mira a raccogliere, organizzare ed educare studenti universitari dotati provenienti da tutta la Jugoslavia, per creare futuri leader nei diversi campi della società jugoslava”, si legge in uno degli opuscoli della scuola.

Ci spostiamo in un ristorante italiano dove per due ore Slobodan, con pacata sicurezza, racconta aneddoti ed espone teorie sulla politica jugoslava e internazionale.
“I bombardamenti della Nato sono stati un puro fatto economico” dice come se stesse parlando di qualcosa che non lo riguarda affatto. “Si è trattato di uno show degli americani per mostrare le loro fantastiche armi. Anche le armi, come qualsiasi altro prodotto, devono essere messe in vetrina per gli acquirenti di tutto il mondo, che devono poterle vedere in azione, così come si fa con le automobili. E allora quale migliore occasione di una piccola guerra contro un piccolo paese che il mondo intero non sa neppure esattamente dove si trovi?”

Sulla situazione interna del paese Slobodan è piuttosto pessimista. Non vede un leader alternativo a Milosevic che sia in grado di metterlo in ombra e di catturare le simpatie della popolazione. Milosevic ha un bell'aspetto, forte, sicuro ed è anche in grado di parlare di vacche e di raccolti a un popolo costituito fondamentalmente di contadini. Djindjic, invece, è magrolino, incerto e ha una formazione culturale troppo occidentale per soddisfare le esigenze della gente. In proposito Slobodan cita un piccolo aneddoto: tempo fa Djindjic, invitato ad una trasmissione televisiva per parlare dei suoi programmi politici, si trovò a rispondere anche a domande sulla sua vita e sulle sue passioni. Il giornalista chiese il suo parere su una certa cantante folk molto popolare nel paese e lui rispose di non conoscerla e di amare soprattutto il rock and roll. “Credo che in quella circostanza Djindjic, con la sua formazione americana e una assai scarsa conoscenza della sua gente, abbia perso una caterva di voti” conclude il giovane storico dallo sguardo sornione.

Io sono affascinata, ma anche un po' diffidente. Vorrei sapere tutto e allo stesso tempo non voglio sapere niente. Perché in questo genere di cose più sai e meno capisci, più ti confondi. Ti cadono le ultime sicurezze, anche se stupide. E non sai se credere. Soprattutto a chi credere. Dopo un ennesimo racconto di Slobodan sulla politica internazionale e su politici anche italiani, dal basso della mia ingenuità gli chiedo, “Ma come è possibile che riescano ad essere così sfacciati?”. E lui: “Hai letto Il Principe di Machiavelli? Lì trovi la risposta”.

Valentina Carmi

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